Dove vanno a morire le falene

Aggiornato il: 14 set 2019

Mi trovavo in una casa in montagna, l’unica fonte di luce nel raggio di un paio di chilometri, e ogni notte sulle finestre si appollaiavano centinaia di insetti. Falene, moscerini, farfalle notturne e ogni sorta di animaletto se ne stavano lì, quasi schiacciati contro il vetro, cercando in tutti i modi di entrare in contatto con la luce, divisi da una barriera invisibile.

Avevo letto online, che le falene utilizzano la luce della luna per orientarsi nel buio. Tendono a volare sotto la luce notturna in modo da muoversi sempre nella stessa direzione. Quello che però migliaia d’anni d’evoluzione non avevano previsto, era l’invenzione della luce artificiale. Perciò gli insetti notturni si ritrovano a confondere una lampadina per la luna, continuando a volare paralleli ad essa in maniera circolare, facendo una spirale verso l’interno fino a toccare la lampadina e scottarsi.

Sulle finestre, le falene inibite dalla luce artificiale muovevano disperatamente le zampette, e man mano che la notte si faceva più cupa, aumentavano di numero. Per il momento più buio della notte, più di cento insetti agitavano le loro ali cercando invani di raggiungere la luce. La cosa che più mi colpiva però, era quello che accadeva il giorno dopo. Perché molto falene e farfalle notturne vivono solo una notte, ma il mattino seguente, nemmeno un corpicino si poteva trovare sotto o vicino le finestre. Non un piccolo cadavere si poteva scorgere sotto la luce del sole. Dove finivano tutti i corpi? Qualche uccello o animale selvatico avrebbe potuto benissimo mangiarseli. Ma tutte le notti? Nemmeno un corpo? Rimasi in quella casa per una settimana, e ogni sera gli insetti arrivavano e il giorno dopo sparivano.

L’ultima sera in cui stetti lì, gli animaletti notturni sembravano addirittura più del solito. Diverse specie di falene e farfalle notturne svolazzavano contro il vetro: marroni, grigie, nere, monocolore o a macchie. Quella sera faticavo a dormire. Non riuscivo ad andare a letto, perché la mia attenzione era su quelle piccole ali che in qualche modo mi ipnotizzavano, non riuscivo a muovermi.

Decisi di rimanere sveglio e rimasi lì ad aspettare l’alba.

Attesi diverse ore, ma prima che la prima fetta di sole sbucasse da dietro i monti, e poco prima che il cielo iniziasse a sfumare di rosso, io potevo già dire che l’alba stava arrivando. Grazie alle falene. Una ad una iniziavano ad andarsene in maniera graduale.

Continuai ad attendere come avevo fatto fino a quel momento, fino a che non ne rimasero solo una manciata. A quel punto uscì di casa ed iniziai a seguirle. Svolazzavano tutte nella stessa direzione: tornavano nel bosco. Le seguì affiancando lo sciame che alla mia sinistra volava a zig zag in maniera irregolare.

Non avevo orologi con me, quindi non so dire quanto camminai, ma le luci del sole cominciavano lievemente a filtrare attraverso gli alberi, formando strani giochi di luce ed ombra.

A quel punto del percorso, qualche falena aveva già lasciato il gruppo più grande per andare in altre direzioni, ma lo sciame era ancora corposo, perchè altre se ne aggiungevano durante il tragitto. Stavano tutte volando verso lo stesso posto ormai in più di un migliaio.

Poi ci fu un momento, uno in particolare, anche se non saprei dire quale, in cui arrivarono le lucciole. Questi piccoli insetti luminosi spuntavano dagli alberi, dal terreno e dai cespugli come tante scintille, ed in numero superiore alle falene. Il bosco sembrava sul punto di prendere fuoco.

Poi di colpo, le falene non sbatterono più le ali. Rimasero immobili come se fossero imbalsamate, ma non cadevano, levitavano da terra e procedevano sempre nella stessa direzione. Le loro ali non sbattendo non facevano più rumore, ma il loro movimento era molto più lineare di prima, quasi come se stessero scorrendo su dei binari invisibili.

Continuarono ad avanzare per una ventina di minuti in questo modo, con le lucciole a seguito. Io ormai ero talmente perso nel bosco che non potei fare altro se non andare avanti. Ero solo, i miei piedi erano stanchi ed il mio respiro più pesante. Nell’aria c’era odore di terra e attorno a me migliaia di insetti pietrificati, ma ero tranquillo. Il non sapere dove mi trovassi non mi pesava affatto, mi dava invece un senso di pace, come se stessi facendo un percorso familiare che avevo già fatto tante volte e conoscevo a memoria. Una specie di déjà vu.

Ero assorto nei miei pensieri quando d’un tratto le falene smisero di avanzare, rimanendo ferme come se il tempo si fosse bloccato. Mi trovavo in un punto della foresta dove il terreno curvava verso il basso formando un enorme fossa marrone e verde che sarà stata larga più di un chilometro. Le lucciole iniziarono improvvisamente a volteggiare tutte insieme formando una spirale dall’alto al centro della fossa, come se fossero un uragano di fuoco che scava nella terra. E dall’alto le lucciole scesero e scesero fino ad ammassarsi nel punto più profondo del terreno in un piccolo sole. Un sole vivo, che pulsava e respirava. La temperatura aumentò e il luogo attorno fu inondato da una luce accecante, permettendomi di vedere fin dall’altro lato della conca in cui mi trovavo. Ma per quello che vidi, i miei polmoni si irrigidirono talmente tanto da non permettermi di respirare. Mi immobilizai come tutto attorno a me, come se avessi guardato negli occhi la medusa di Perseo.

Una figura mi guardava immobile da dietro un albero.

«Chi sei?!» gridai. Ma in risposta ci fu solo un leggero eco.

Nonostante il sole di lucciole, non riuscivo a vederlo chiaramente.

Rimasi fermo, e così anche lui. Lo fissavo e percepivo che anche lui fissava me. La sua attenzione era un punteruolo sul mio torace.

Attesi mentre la temperatura del posto saliva di qualche altro grado.

Che avesse seguito anche lui le falene, ma da una diversa parte del bosco? Se era nella mia stessa situazione poteva essere spaventato quanto me.

«Stavo solo seguendo le falene. E le lucciole… Hai visto che meraviglia?» dissi a voce alta.

Lui non mi rispose. Se ne stette fermo dove si trovava, e mi venne il dubbio. Forse anche lui è paralizzato come le falene. Alzai le braccia al cielo per dimostrare che non volevo fargli niente, e camminai verso di lui facendo attenzione a come mettevo i piedi. Scendevo verso il centro della fossa. Non era ripida e scendeva in modo graduale.

Nel frattempo le lucciole continuavano ad ammassarsi in quella palla luminosa e le falene immobili sembravano tante stelle nella galassia.

La sagoma che ormai ero certo fosse umana, rimase ferma mentre mi avvicinavo verso il centro, ma poi l’ultima l’ucciola si unì al bagliore, e qualcosa cambiò. Il ronzio cessò e un silenzio assordante ricoprì la zona. Sembravano congelate anche loro, tutto fermo come in un surreale dipinto. E poi si udì un suono basso ma penetrante. Un onda d’urto mosse le foglie e l’erba attorno alla sfera, e il tempo tornò a scorrere più velocemente di prima. Le falene ripresero a muoversi dirette verso il centro della sfera. A centinaia si muovevano senza battere le ali e sparivano risucchiate verso il centro della sfera. Facevano a gara come spermatozoi che fecondano un ovulo per l’inizio di una nuova vita. E anche la sagoma dall’altro lato iniziò a camminare, solo che ora ero io a non riuscire a muovermi. Era come se mi avessero colato del cemento addosso, non riuscivo veramente a spostare di un millimetro un singolo muscolo. Qualcosa non mi permetteva di muovermi e lui si avvicinava. Andava veloce, sempre più veloce e più la distanza diminuiva più ne vedevo i dettagli: un uomo alto, magro e senza vestiti, completamente nudo. Eppure qualcosa in lui non andava, non riuscivo a percepirne i lineamenti del viso, e la pelle era quasi intangibile come un ologramma. Quando fu a meno di trenta centimetri da me mi resi conto che il suo corpo era effettivamente trasparente. L’uomo si avvicinò ancora un po’ e mi guardò negli occhi esitando un attimo, come se mi conoscesse. Vidi un sorriso, ma poi mi ignorò e sparì anche lui dentro il faro giallo.

Dietro di lui seguirono cerbiatti, scoiattoli, tassi ed altri animali. Erano tutti trasparenti e più di qualcuno aveva qualche zampa rotta e lo sguardo vacuo. Ognuno di loro si immerse nella luce.

Poco dopo ci fu un secondo suono profondo più forte del primo, la sfera si alzò in aria ed esplose in miliardi di lucciole che si spensero nel bosco come scintille sulla neve. Al centro della fossa non era rimasto più niente.

Mi guardai i piedi: riuscivo di nuovo a muovermi. Una piccola lucciola rimasta attaccata ai miei pantaloni si alzò in volo per morire qualche metro più avanti.

Quella notte (o mattino) ritrovai la strada e tornai alla mia casa in montagna, feci i bagagli e partì. Ma ero stranamente sereno. Avevo un sorriso sul volto che non riuscivo a spiegarmi.

Quella volta non compresi del tutto quello che mi era successo, ma sono sicuro che mi diventerà più chiaro, quando anch'io incontrerò le mie lucciole.


Fine.







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