Un figlio e sua madre

Aggiornato il: 29 dic 2018

La giornata di ieri era stata bellissima.

Tornai velocemente da lei per darle un bacio sulla fronte; la temperatura di mia madre era la più confortevole che avessi mai sentito. Eppure avevo sentito tante altre belle temperature: il sole, l’erba umida, l’aria della notte fresca. E poi c’era questo suono… Un suono acuto e vibrante, che accompagnava ogni suo movimento. So che non a tutti piace, ma a me sì. E ogni volta che lo sento, l’immagine di lei si apre vividamente nella mia testa come per magia.

Non conosco molte persone della mia età, ma non mi lamento, le amiche di mia madre mi sono simpatiche; anche se si assomigliano un po’ tutte. Sono sempre lì a rimuginare su l’uomo di qui e quello di là… Diciamo che a loro piace spettegolare.

Ho cibo in abbondanza e se un giorno ho più fame mangio quanto voglio, nessuno mi ferma, così posso diventare grande e forte.

Poi un giorno, mentre giocavo sul prato, un signore si avvicinò a me e mi spinse sul sedere. L’avevo già visto girare qualche volta, e mi era sempre sembrato antipatico, ma adesso stava proprio esagerando. Cercai di ignorarlo e volsi lo sguardo verso mia madre che parve preoccupata. Ricevetti un’altra spinta, questa volta più forte. “Che maleducato” pensai, e gli feci una specie di versaccio con la bocca per farlo allontanare. Allora lui mi afferrò la pancia e mi trascinò verso sé. Questa volta fu troppo forte e mi gettò dentro una piccola stanza rumorosa, rialzata da terra. Pochi secondi dopo, la stanza cominciò a muoversi. Non riuscivo a capire quello che stava succedendo. Mia madre cominciò a correre più forte che poteva, la sentivo gridare, ma la stanza era troppo veloce e quando passò il ponte non riuscì più a vederla.

Trascorsi i mesi successivi chiuso in una seconda stanza insieme ad altri che come me avevano perso la loro madre, fino al giorno in cui mi portarono in una terza ed ultima stanza. Mi portarono in un lungo, sporco, stretto e altro corridoio insieme ad altri come me: davanti c'era una pesante porta di metallo si apriva per lasciar passare uno di noi, e poi si chiudeva cigolando alle sue spalle. Nessuno tornava indietro, e colpendoci con dei bastoni di metallo ci portavano avanti.

Ora a sono dentro ad un contenitore di polistirolo ricoperto di plastica trasparente.

Un’etichetta sulla confezione reca la scritta: Vitello.




©2018 by Sonny Zanon